martedì 6 agosto 2013

UN’IMMAGINE SCONVOLGENTE E COMMOVENTE: “ In cerca di un abbraccio”



Questa bambina
ha perso la mamma
a causa della guerra
e ora vive in un orfanotrofio.
Nel cortile della casa ha disegnato
la sagoma della sua mamma
e ci si è raggomitolata sopra.
Appoggia le scarpette
in prossimità della sagoma,
si stende sopra il suo disegno
e cerca per terra
gli abbracci della mamma
che non c’è più.
Volge la testa in basso,
ha bisogno di calore e amore,
ma si rannicchia soltanto su se stessa. 


Un’immagine sconvolgente e commovente che ha fatto il giro della rete, è l’immagine dei sentimenti e dei diritti calpestati dei bambini.

 

venerdì 2 agosto 2013

IL MIRACOLO DELLA PICCOLA YASMIN/ Morta alla nascita, lasciata sull’ altare della chiesa, è rinata



Non si può far altro che parlare di miracolo: la piccola Yasmin Gomes, dichiarata morta alla nascita, è "resuscitata" tre ore dopo il parto ai piedi dell'altare della cappella dell'ospedale di Londrina, in Brasile. Per lei non c'era più nulla da fare, avevano sentenziato i medici. L'infermiera, però, non se l'è sentita di portare il bebè in obitorio e ha deciso di lasciarlo in chiesa.
Quando la nonna si è recata nella cappella insieme agli addetti delle pompe funebri per prendere il corpicino è successo il miracolo. La piccola ha incominciato a scalciare e a piangere. "E' viva", ha urlato di gioia la donna. "All'inizio - ha raccontato - non riuscivamo a crederci, non potevamo pensare che potesse accadere una cosa del genere. Poi abbiamo visto che Yasmin respirava. È stato un miracolo".

I genitori di Yasmin - Cleverson Carlos Gomes, 26 anni, e Jenifer Gomes da Silva, 22 anni - sono passati dalla disperazione totale alla felicità più pura. Le condizioni di Yasmin sono comunque gravi: resta ricoverata nel reparto di rianimazione dell'ospedale pediatrico Sacra Famiglia di Londrina. La sua famiglia le rimane accanto, fisicamente e spiritualmente. Non smette di pregare e soprattutto di sperare.

UN MEDICO SPIEGA: COME RIPORTARE IN VITA I MORTI



Non stiamo parlando degli esperimenti del dottor Frankestein, ma di qualcosa che, scientificamente e medicalmente, può ridurre il numero delle morti con una maggior attenzione ai malati. Si tratta di quella scienza che presta attenzione e studi accurati sulle cosiddette "morti cliniche", quei casi, e non sono certo poche, in cui il cuore di un paziente si ferma e viene dichiarato appunto clinicamente morto. A volte succede che si tratti di una morte temporanea, di pochi secondi, anche se in tali casi si registrano danni cerebrali spesso definitivi. Per il dottor Parnia si tratta di aumentare le conoscenze mediche relative ai trattamenti cardiaci.
Parnia nel suo libro si spinge a terrorizzare che sia possibile riportare in vita pazienti morti anche da diverse ore: vere e proprie resurrezioni verrebbe da dire. Parnia sostiene che già oggi grazie ai progressi della medicina è possibile riportare in vita persone morte anche da due ore. Grazie a speciali medicinali da iniettare nel corpo del paziente, spiega, si potranno bloccare i processi di deterioramento del cervello e degli altri organi. Tra vent'anni, dice ancora, sarà forse possibile riportare in vita persone dichiarate morte da dodici, anche ventiquattro ore. Potete chiamarla resurrezione, scherza, ma io la definisco scienza della resuscitazione. Davanti alle cifre che parlano di scarsi risultati in questo campo, con un livello di successo molto basso, Parnia ammette che è vero ma dice essere colpa dei medici stessi. In molto ospedali il livello di resurrezioni ottenute dopo un arresto cardiaco è pari allo zero, in alcuni casi si arriva al 18%, cifre simili al Regno Unito e alla Germania. Sostiene orgogliosamente che nel centro medico dove lavora lui quando era arrivato il livello dei salvataggi era pari al 21%, oggi si è invece al 33%.
Questo perché, spiega, anche se il tempo che usualmente si impiega per mantenere in vita un paziente sia di 40 minuti, quasi tutti i dottori si fermano dopo venti minuti di tentativi. Il motivo? Si crede che dopo quel lasso di tempo il cervello venga irrimediabilmente danneggiato. La scienza medica ha infatti sempre detto che dopo tre o cinque minuti da quando il cuore si ferma, la mancanza di ossigeno provoca danni irreparabili al cervello: per il dottor Parnia non è così. Sono ricerche che si fermano agli anni 60, dice: oggi, sempre che venga fatto un trattamento di tipo corretto, il cervello può mantenersi funzionante per ore. Insomma, si tratta di creare una nuova categoria di medici e approfondire scientificamente le possibilità e forse davvero si potranno salvare persone clinicamente morte anche da giorni. Cancellare la morte? Per il dottor Parnia si tratta semplicemente di cambiare il modo di concepire la morte come oggi la intendiamo.

BERE DA DUE A QUATTRO TAZZINE AL GIORNO DI CAFFÈ ALLONTANA DAGLI ISTINTI SUICIDI



Il dibattito è aperto da tempo. E probabilmente lo resterà ancora a lungo. Bere caffè è più un beneficio o un danno? Quanto è consigliabile assumerne perché gli eventuali effetti positivi di una delle bevande più popolari al mondo non si trasformino in attacchi alla nostra salute? A queste domande, che circolano quasi da mille anni, quando la storia del caffè ebbe inizio, tanti hanno cercato di dare una risposta. Tra gli ultimi anche i ricercatori dell’Harvard School of Public Health. Secondo gli studiosi americani, che hanno monitorato per circa 20 anni oltre 150mila persone, bere da due a quattro tazzine al giorno riduce del 50 per cento il rischio di suicidio rispetto a chi non ne beve o ne consuma di meno. La quantità di caffeina assunta in modo regolare, infatti, pari a circa 400mg, sembra essere correlata a determinati comportamenti. In particolare la sostanza ottenuta dalla macinazione dei semi di alcune specie di piccoli alberi tropicali, ingerita nella giusta misura, stimolerebbe il sistema nervoso centrale e la produzione di neurotrasmettitori quali serotonina e dopamina.
La scoperta dei ricercatori dell’Harvard School of Public Health aggiunge un’altra qualità al già tanto amato caffè. La bevanda, ormai diventata vero fenomeno di costume, infatti, è considerata benefica per aumentare la concentrazione, ma anche per contrastare il morbo di Alzheimer, il cancro della pelle e il diabete. Anche gli studiosi americani, però, non hanno potuto esimersi dallo sconsigliare elevate assunzioni di caffeina a chi soffre di depressione. In generale, poi, superare la quantità di 400 mg al giorno, cioè dalle due alle quattro tazzine, rischia di provocare insonnia, alterazioni del ciclo del sonno, tachicardia e tremori. Sappiate regolarvi, quindi. Soprattutto se vi capite di bere il “Death Wish Coffee”, il caffè recentemente inventato da una ditta di New York, che, grazie ad una miscela segreta di chicchi e tostatura, contiene circa il doppio del normale contenuto di caffeina.
Al di là degli eccessi, il caffè sembra avere sempre più il via libera anche dalla scienza. E può di diritto candidarsi al ruolo di migliore bevanda per la socializzazione. D’altro canto, ormai, non c’è momento della giornata in cui non si possa berlo. Una società francese ha perfino creato una macchina da caffè da auto. Se siete stanchi e proprio non volete staccarvi dalla guida, potete attaccarla alla presa dell’accendisigari della vostra vettura e inserire la cialda. Poi l’acqua sarà riscaldata e un ‘bip’ vi avviserà quando il caffè è pronto ad essere versato. L’importante è che l’aroma della famosa bevanda resti sempre un piacere. Altrimenti potreste fare la fine di Mike e Trina, una coppia americana che, dopo aver sperimentato cure contro i problemi di stomaco, è diventata dipendente dai clisteri di caffè.

SUB SI IMMERGE E SCOMPARE IN MARE, MA VOLEVA FUGGIRE DAL MATRIMONIO



Si è conclusa con un lieto fine la vicenda, che ha dell'assurdo, di Xhevahir Gjuta detto Jimmy, il sub l’albanese di 26 anni che era scomparso in mare, durante un’immersione a Punta Ala, a marzo scorso. In realtà il sub ha solo fatto finta di sparire, e per quattro mesi ha vissuto nell'ombra. Jimmy, cameraman di Teletirreno, il 14 marzo 2013 ha deciso di sparire.
Era stato suo cugino, con cui viveva a Grosseto, a denunciarne la scomparsa, e da quel momento, per 10 giorni, Polizia, Carabinieri e Guardia Costiera si erano impegnati per cercarlo sfidando anche le difficili condizioni del mare. L'auto del ragazzo era stata trovata all'imbocco di un sentiero che porta a una spiaggia con scogli e in riva al mare erano stati trovati gli abiti del sub, aprendo nuovi possibili scenari oltre alla morte in mare: forse Jimmy si era avviato a piedi o aveva preso un passaggio da alcuni amici.
 Quando suo cugino dette l’allarme ai carabinieri e cominciarono le ricerche, tutta la città pensò al peggio. Jimmy si era immerso a Punta Ala. Probabilmente era morto proprio lì”, scrive Il Tirreno ricostruendo l'intera vicenda. Ma la realtà è un'altra Jimmy ha solo finto di sparire in mare: il ragazzo, senza documenti e senza identità, è scappato a Milano e per quattro mesi ha vissuto per strada.
Perché? “C’erano troppe cose che avrebbe voluto cambiare della sua vita: c’era un matrimonio fissato il 15 aprile in Albania, c’era una vita lontana dalla sua terra d’origine, in Maremma, c’era il lavoro e c’erano tante responsabilità che insieme hanno probabilmente creato quel corto circuito che lo ha spinto a scappare". In Albania ancora oggi le famiglie promettono i propri figli al miglior partito, e forse il ragazzo non si sentiva pronto a un passo del genere con una ragazza che chissà da quanto non vedeva. Sabato scorso Jimmy, forse stanco della vita per strada, è riapparso a Grosseto dove ha fatto visita a un'amica. Poi si è presentato ai carabinieri di Punta Ala e ha raccontato, tra le lacrime, tutto quello che gli era successo durante questi quattro mesi, facendo del tutto per non farsi rintracciare da polizia e parenti, compresa la sua fidanzata. Il ragazzo voleva solo allontanarsi da una vita che non sentiva più sua, non aveva intenzione di inscenare la sua morte. Ma ogni gesto ha delle conseguenze e ora il sub dovrà chiedere scusa a coloro che per dieci giorni hanno sfidato i marosi per cercarlo e con quelli che lo hanno pianto pensando che fosse stato inghiottito dal mare.
 
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